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“WEAR MORE ART”: RED ci ha raccontato la sua esclusiva collaborazione con Foot Locker
2021-05-12 10:39:47
Nel silenzio assordante che risuona, nella notte, per le strade di Milano, i graffiti sono molto di più che semplici disegni realizzati, tra puppet, burner e bombing, con le bombolette spray. La bellezza del writing sta nella capacità di ispirare chiunque rimanga fermo a guardare, anche solo per alcune frazioni di secondo, quei puppet e quelle tag scritte sui muri dei palazzi e dei cantieri delle più belle città europee; alimentando una passione condivisa per l’espressione individuale che rispecchia la cultura giovanile contemporanea.
 
Sneakers iconiche come le Nike Tuned 1 e 3, le adidas Hardcourt e Superstar, le PUMA Cali Sport e le Converse UNT1TL3D, sono protagoniste nella nuova collezione di Foot Locker per la primavera 2021. Dedicata alla street art e alla tattoo culture, le immagini della campagna esclusiva diventano tele bianche da imbrattare, in un'iniziativa unica che costituisce l’ultimo manifesto multiculturale del retailer leader nel settore dell’abbigliamento sportivo. E in occasione della release esclusiva, Foot Locker ha collaborato con due giovani creativi per lasciare un segno indelebile nel cuore della community europea attraverso le immagini della campagna. 
 
“WEAR MORE ART”. Dal titolo della campagna, indossare l’arte per raccontare la propria storia; "SAVE THE YOUTH", dare voce ai giovani creativi che, con la ricchezza della diversità e senza alcun dubbio o distinzione, sono il futuro. Come nei graffiti di RED, enfant prodige del writing milanese che, in occasione della partnership con Foot Locker, ci ha accompagnati alla scoperta del progetto. 
 

Al confine tra la linea gialla della metropolitana di Milano e la scena urban europea, dagli sketchbook e dalle idee dello street artist di origini etiopi cresciuto a San Donato prende vita l'esperienza che accompagna il primo drop della collezione. Il messaggio di Foot Locker risuona forte e chiaro, nelle linee e nei colori del murales realizzato da RED e alcuni giovanissimi creativi appartenenti a diverse comunità, in collaborazione con l’associazione Paint The Change. Oltre i limiti della street art, in nome della partecipazione attiva, dell’inclusività e della creatività, infatti, Foot Locker ha organizzato un workshop creativo della durata di due giorni, durante il quale l'artista italiano ha invitato i partecipanti a esprimere liberamente le loro idee nel murales.  

Nella campagna, i masterpiece dello street artist italiano incontrano così i motivi fine line della tatuatrice inglese Jade Chanel.

La linea è disponibile sul sito ufficiale di Foot Locker e in tutti i punti vendita europei.
 
 
Ciao Red, grazie per aver accettato di parlarci un po’ di te e condividere con noi la tua esperienza in occasione dell’ultima collaborazione con Foot Locker, che ti ha visto protagonista. Hai portato la street art dai muri, dai ponteggi e dai palazzi di Milano alla tela delle sneakers e ai tessuti delle linee di abbigliamento che hai decorato con i tuoi graffiti. Com’è nata l’idea per la release e cosa hai portato di prettamente tuo negli item esclusivi?
Ciao! Quando la direzione creativa di Foot Locker EU mi ha coinvolto nel progetto “WEAR MORE ART” mi ha fatto presente di voler lanciare la collezione con una presentazione legata alla street art. Personalmente non sono un collezionista di sneakers, però mi piace pensare che ogni scarpa mi abbia portato in tutti i posti diversi, anche remoti, dove ho trovato ispirazione e ho creato i miei graffiti. Così, dopo aver ricevuto il brief per la release da Foot Locker, ho pensato di riunire tutte le scritte che ho fatto in giro a Milano (su un paio di sneakers) e di sovrapporle tra loro, accavallandole in forma grafica.


“WEAR MORE ART”, questo il titolo della collaborazione con Foot Locker. Non è la prima volta che rifletti le tue idee, i tuoi disegni e i tuoi graffiti nella fashion industry. Quando hai capito che i due mondi potevano incontrarsi? Quanto è importante per te che qualcuno possa “portare addosso” la tua arte?
Per rispondere a questa domanda devo partire dal mio passato e raccontarti un po’ del mio percorso. Ho iniziato a fare graffiti per sfogo, e per un primo periodo è stato così. Poi ho incontrato un artista che, tutt’oggi, è di vitale importanza per me: si chiama Zoow24 ed è diventato il mio migliore amico. È stato lui, che per primo era passato dal fare i graffiti a fondare un proprio brand, a darmi l’opportunità di vedere i miei graffiti con occhi diversi e a farmi notare che potevano essere impressi su capi e accessori; questo sarebbe stato ancora più efficace della scritta provocatoria lasciata per strada, sarebbe valso molto di più. Di anno in anno, Zoow24 mi ha mostrato sempre più tecniche per migliorare e per continuare a fare quello che mi era sempre piaciuto - i graffiti - con gli stessi materiali - gli spray, ma sui vestiti. “Indossare l’arte” è diventato il mio motto personale da quando, in particolare, abbiamo realizzato dei bellissimi trench di Burberry, che poi abbiamo venduto in Rinascente. Vedere una scritta che avevo lasciato in giro per i muri delle strade di Milano letteralmente “addosso” alla gente mi gratifica molto di più, e quella rivelazione è stata una svolta nella mia vita. Il writing per me è un modo di esprimere le mie emozioni attraverso delle frasi provocatorie e comunicare le mie idee attraverso quell’immagine di me, che poi è quello che facciamo ogni mattina quando ci svegliamo e ci vestiamo. Con questa consapevolezza, nel tempo, ho imparato ad andare oltre la semplice customizzazione dei capi, ricreando i graffiti al computer, in modo da poterli stampare in forma di grafiche su diversi materiali, dal denim al cashemere; come nella collaborazione con il brand scozzese Ballantyne. Ecco perchè nella campagna di Foot Locker, “WEAR MORE ART”, ho ritrovato al 100% il tema centrale del mio percorso creativo. 


 

A proposito del claim della collezione, hai dichiarato che la combinazione tra arte e sneaker, dove le sneaker si ispirano all’arte e l’arte si ispira alle sneaker, è il tuo manifesto personale. Se dovessi scegliere una sneaker che rappresenti al meglio la tua personalità e il tuo stile, quale sarebbe?
Le indosso in questo momento, sono le Air Force 1. Oggi le porto basse, ma quando andavo alle medie, invece, erano rigorosamente alte. Sono un classico item che non manca mai nel mio armadio, ma ribadisco di non essere un collezionista accanito di scarpe. Ammiro le persone che riescono a prestare così tanta attenzione alle sneakers ma, nel mio caso, dopo due giorni sono già macchiate. Che poi, vederle così vissute ha il suo perché, acquistano un altro tipo di bellezza per me. La settimana scorsa, per esempio, ho riguardato le Air Force di Travis Scott, così usate eppure così belle, mi piacevano ancora di più, con tutti i loro ricordi. Quelle macchie mi riporteranno sempre in certi posti e mi riporteranno sempre in mente certi tag. 
 

L’esclusiva collezione presenta una proposta di abbigliamento maschile e femminile, oltre che una linea kidswear. Quali sono le caratteristiche fondamentali che curi se pensi ai tuoi outfit? Ti rivedi nei look creati per Foot Locker?
I look sono stati prettamente scelti da me e io sono abbastanza classico. Soprattutto, amo tantissimo il vintage e cerco sempre di reinterpretare a modo mio dei vestiti usati. Oltre a customizzare capi e accessori, riservo particolare attenzione al fit degli item. Per esempio, in questo momento indosso una camicia da donna che ho preso a Dubai: mi piace tutto del fit e della sua vestibilità, è originale e soprendente. 
 
Rimanendo in tema, nonostante la tua giovane età hai già collaborato con i più famosi brand di streetwear, da Heron Preston a Nike e a Converse, calcato le passerelle del ready-to-wear con i tuoi lavori, come per Neil Barrett e Danilo Paura, o posato per Luisaviaroma. Hai anche un tuo brand, COLORED. Cosa ti spinge a scegliere un brand per una collaborazione e quale pensi che debba essere lo scopo di un marchio di moda oggi?

Sono molto contento del recente boom di interesse che c’è stato da parte dei brand nei miei confronti, però devo dire, in tutta sincerità, che nella mia vita “ho rotto tanto le scatole” anch’io. Ci ho messo del mio in tutto e per tutto e mi sono fatto vedere in giro, cercando di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Ho lanciato i messaggi migliori e ho provato a crearmi una rete di conoscenze attraverso social e contatti a Milano. In poche parole, cerco sempre di spingere la mia arte il più lontano possibile; voglio portare i miei graffiti ovunque. Non dimenticherò mai quando, in occasione del drop di Palm Angels per Moncler, ho realizzato di essere riuscito a portare i miei graffiti in Galleria Vittorio Emanuele! Ovviamente anch’io seleziono i brand con i quali instaurare una collaborazione. Tendenzialmente collaboro con marchi che hanno voglia di rinnovarsi e che cercano una voce nuova. Io sono quella voce nuova, così come lo sono i giovani creativi come me! Noi siamo il futuro e, se i brand non vogliono rimanere ancorati al passato, devono vendere qualcosa di fresco e trasmettere un’immagine giovane. Questo concetto , per esempio, si ricollega al mio primo nome di Instagram, “The New Older”. Il significato è “prendere il vecchio per fare qualcosa di nuovo”, che poi è quello che facci anch’io, con le mie stesse esperienze; per poi ascoltare il brand, studiarne la storia e portare qualcosa di nuovo. 
 

Proprio “SAVE THE YOUTH” è il secondo claim della collezione esclusiva: i giovani artisti come te, che cerchi sempre di includere nei tuoi progetti, così come nel workshop organizzato da Foot Locker in collaborazione con l’associazione Paint the Change, sono la vera speranza di un Paese arretrato come l’Italia in quanto a multiculturalità e inclusività?
Assolutamente si! Il workshop con Paint The Change è stata un’esperienza unica, che mi ha aperto gli occhi. In quei giorni ho avuto modo di relazionarmi con dei ragazzi afro-discendenti che mi hanno fatto capire, in un talk iniziale e attraverso i loro disegni, quanto le nuove generazioni abbiano idee e pensieri creativi da esprimere per manifestare le proprie emozioni. In quel momento ho capito quanto possa essere potente l’arte e, in questo caso, la street art. Ecco perché “SAVE THE YOUTH” è perfetto. Torniamo al discorso precedente, noi siamo il futuro. Per raccontare il nuovo bisogna preservarlo e dare una voce a chi ha qualcosa da dire, e io voglio dare il mio contributo, agendo da punto di riferimento. Durante il workshop, una ragazzina mi ha detto: “sei l’orgoglio della nostra comunità”. Mi sono emozionato, ho realizzato di avere davvero il potere di fare qualcosa di importante e, finchè avrò voce, vorrò dare la stessa opportunità a quei ragazzini che, ancora oggi, mi scrivono di prima mattina per chiedermi consigli sui loro disegni. 


 

Hai vissuto i primi anni della tua vita in Etiopia, dove sei nato. Da quando ti sei trasferito a Milano, hai raccontato di aver vissuto sulla tua pelle degli episodi di razzismo. Sei uno degli artisti che, in Italia, più si batte per questa causa, facendo leva sul senso di comunità e promuovendo l’inclusione in ogni settore creativo possibile. Quali sono le difficoltà che, ancora oggi, persistono in campo lavorativo per chi appartiene a una minoranza etnica? Quali sono le barriere che vuole denunciare e abbattere quel ragazzino che voleva giocare a “Getting Up” e che ora è riuscito a diventare un writer di professione?

La barriere più grandi sono l’ignoranza e la paura di accettare qualcosa di nuovo, così radicata in Italia. Viviamo in un Paese che, sotto molti aspetti, è rimasto indietro. Negli ultimi tempi, mentre in tutto il mondo sono esplose manifestazioni in nome della voglia di cambiamento, dalle proteste del movimento Black Lives Matter alle battaglie della comunità LGBTQ+, l’Italia è rimasta indietro. Anche noi dobbiamo andare in quella direzione, non solo perché sta succedendo all’estero, ma perchè dobbiamo capire che è la cosa migliore anche per il nostro Paese. È la cosa giusta da fare, dobbiamo smettere di evidenziare le differenze per abbracciare l’idea che l’unione fa la forza, è la storia stessa a insegnarlo. Fortunatamente oggi esistono mezzi di comunicazione come i social che permettono di denunciare, di smuovere le coscienze e, a volte, sono così efficaci da riuscire a far cambiare idea. Sono contento se i social vengono utilizzati per fare del bene e, anche grazie all’esperienza del workshop creativo in occasione della collaborazione con Foot Locker sono sempre più ottimista riguardo ad un cambiamento positivo. Io sono nato in Etiopia e sono cresciuto in Italia dopo essere stato adottato, ho sempre vissuto episodi di razzismo e mi sono battuto, negli anni, per gridare la mia storia. Poi il lavoro con Paint The Change mi ha sensibilizzato ulteriormente e mi ha ricordato che quelle problematiche sono comuni e riguardano, tutt’oggi, anche dei ragazzini di undici anni. Mi sento sempre più in dovere di utilizzare la mia arte per risolvere questa situazione. Quest’esperienza unica è stata la conferma che è arrivato il momento di fare davvero le cose in grande.




Il murales che hai realizzato con altri giovanissimi writer di diverse etnie si trova proprio nella città dove sei cresciuto e dove hai trascorso la tua adolescenza. Se il tuo nome d’arte, RED, nasce dalla rivelazione di non appartenere completamente, o meglio, non solo a Milano, ma di essere anche quello che ti ha reso il tuo passato in Etiopia, cosa ti ha dato questa città, nel bene e nel male, e che hai riversato nella tua arte?
Ho iniziato a vivere davvero Milano quando, mentre stavo a San Donato Milanese, a casa dei miei genitori adottivi, ho scelto di andare al liceo artistico. Da allora ho cominciato a frequentare tutto l’ambiente milanese, continuando a coltivare la mia passione per i graffiti e la street art. Sono finito anche in quei posti non esattamente raccomandabili, dove forse sarebbe stato meglio non ritrovarsi, ma è anche questo che mi ha permesso di vivere la città in un modo diverso. Mi sono innamorato di Milano di notte, prima quando ero al liceo e poi quando, negli anni dell’Accademia di Brera, tornavo a casa in bici alle tre di notte, subito dopo aver finito il turno allo storico Bar Jamaica. Lasciavo scritte provocatorie su tutti i muri delle strade dove passavo; per prima cosa Milano mi ha dato i muri e i cantieri sui quali esprimermi. Con il tempo, mi ha dato una grande community sulla quale posso sempre contare. Ho conosciuto tantissimi creativi con cui confrontarmi e dai quali ricevere continuamente nuovi stimoli per imparare a crescere artisticamente. 
 

Con 34mila follower, sei molto attivo su Instagram. La tua scalata al successo poi, è iniziata grazie a una storia di Chiara Ferragni. Qual è il tuo rapporto con i social media, come artista contemporaneo che vuole lanciare un messaggio ai giovani Millenial e alla Gen Z?
Il mio consiglio è quello di non fissarsi troppo con i social perché, durante la pandemia, ho realizzato effettivamente quanto possa essere pericoloso per la nostra mente. Durante il secondo lockdown mi sono preso una pausa da Instagram perché mi sono reso conto di quanto influisse sulle decisioni che prendevo nel corso della giornata. Ho smesso di controllare la home appena sveglio e ho iniziato ad allenarmi al mattino, senza rinchiudermi in quella realtà illusoria alimentata dal continuo confronto con gli altri. Smettere di controllare quello che faceva la gente mi ha permesso di guardarmi dentro, pormi delle domande su me stesso e su quello che stava succedendo intorno a me. Adesso continuo ad allenarmi tutte le mattine e questo mi permette di acquistare una carica che prima di quella pausa dai social non avrei potuto immaginare. L’allenamento, per esempio, influisce totalmente sulle idee, sulle ispirazioni e sugli stimoli che poi percepisco durante la mia giornata. Ora sono tornato su Instagram perché sono convinto che i social, comunque, siano utili per creare connessioni creative, lanciare messaggi positivi e instaurare interazioni lavorative; ma ho una consapevolezza diversa. 
 
Con la tua street art non hai abbattuto solo i confini tra writing e fashion. Ti sei definito più volte come un artista a 360°, eppure sembra sempre impossibile descriverti, nel senso migliore del termine. Ci sono degli ambiti creativi ancora inesplorati nei quali ti piacerebbe metterti alla prova?

Tra tutte, ultimamente quella che più mi incuriosisce è la scultura saldata. Tutto torna, perchè esiste un filo conduttore che, in un certo senso, collega graffiti, tele e sculture. Trovo che la scultura sia molto affascinante, in tutte le sue forme. Inoltre, non vedo l’ora che possa tornare a svolgersi la Design Week, una delle iniziative più belle di Milano. Prima del lockdown stavo lavorando a un’interessantissima collaborazione con Cappellini e il design, in generale, è un campo nel quale mi piacerebbe cimentarmi: quanto sarebbe bello creare un divano tutto mio? Ho anche un background musicale che spazia dalla musica classica, che mi hanno trasmesso i miei genitori, al rap. In ambito musicale, negli ultimi tempi avevo preso una consolle per suonare durante qualche evento: sembravo addirittura portato ma, soprattutto, mi divertivo. Spero di poter tornare presto a fare anche questo.
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