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CoCo ci parla di “Floridiana” e del suo rapporto con la moda
2020-12-12 11:49:37
CoCo
Che CoCo non rappresenti più l'ultima novità della musica rap in Italia è vero solamente in parte: anno dopo anno, il suo nome è sì diventato una costante per il pubblico, smarrendo quell'effetto sorpresa che portava con sè all'inizio, ma risulta anche sempre più chiaro il fatto che l'artista abbia ancora tanto da raccontare, riuscendo a reinventarsi attraverso un codice estremamente personale e in continuo mutamento. Lo capiamo anche da “Floridiana”, un'altra perla che si va ad aggiungere alla collezione dei lavori di CoCo, nel quale, come ci racconta, continuano a unirsi passioni, ricordi e le più intime sensazioni; in questo s'intrecciano i rapporti della sua vita, con gli altri, con se stesso, con la musica e con il rap.

Abbiamo avuto l'occasione di scambiare quattro chiacchiere con l'artista partenopeo, per comprendere al meglio che cosa si nasconda dietro a questo profondissimo disco e in generale dietro al suo percorso artistico, aprendo poi un'ampia parentesi sul rapporto che lo lega al mondo della moda.

CoCo Floridiana cover

Dalla tua musica traspare come il fare esperienze, vivere in generale in maniera intensa, risulti fondamentale nel processo di scrittura: qualche tempo fa avevi anche affermato di prendere interi periodi per fare esperienze da raccontare. In questo disco in particolare, però, i ricordi risultano più importanti che mai: è questo il frutto del non aver avuto tempo o modo di “vivere” dopo lo scorso disco? O di cos'altro?

Diciamo di sì. Io sono, in generale, una persona che vive di ricordi, mi aggrappo spesso al passato per affacciarmi sul mio futuro. La trovo una cosa fondamentale per la mia crescita sia personale che artistica. Mi piace ragionare sulle cose, qualsiasi esperienza, anche piccola, che minimamente mi sfiora, è molto spesso frutto di riflessioni per me. Quello che principalmente mi ha mosso a mettere insieme “Floridiana” è stata appunto l’esigenza e la voglia di esprimere il mio punto di vista su determinate cose che fanno parte del mio passato ma che tutt’oggi ritengo importanti per andare avanti, ripetendomele e pensandoci su. Per un artista,  la consapevolezza di sapere chi si è realmente è fondamentale, come allo stesso tempo ritengo importante e stimolante far capire e raccontare a chi mi ascolta perché e come sono arrivato ad essere chi sono, cercando di non tralasciare nulla: rimorsi, traguardi, vittorie e insuccessi fanno parte della stessa storia che dev’essere raccontata.

È curioso pensare che quello che se vogliamo rappresenta un po' il concept del disco, i fiori, s'intrecci proprio con i ricordi. “Spari su di noi, questi fiori mi proteggono” è il verso che apre il tutto; in “Eredità” il “perciò mi fido di rado, rimango nel mio acquario” conferma questo e ci aggiunge un senso di inquietudine. Da cosa hanno bisogno di essere protetti CoCo e/o Corrado e perchè non si fidano facilmente?

Mah, principalmente io cerco solo di “auto-tutelare” la mia integrità, la mia fragilità e sensibilità. Questo rappresentano i fiori per me. Una corazza di debolezze che possono farci del male ma che allo stesso tempo possono renderci unici. Il mio problema principale, purtroppo, non è non fidarmi ma fidarmi forse fin troppo e troppo spesso delle persone. Pur non riuscendo a farne a meno.

CoCo

In “Floridiana” si può notare come il registro rap sia rilegato alla parte più discorsiva, mentre il cantato abbracci spesso qualcosa di più astratto. È questo quello che cerchi nell'approccio rap e perchè, nonostante le sempre nuove influenze, lo trovi ancora fondamentale per le tue esigenze comunicative?

Partiamo dal presupposto che io amo il rap, nonostante sia stato rapito negli anni da tanti sound e tante correnti diverse. Il rap, quello che io ritengo “essential”, cioè 80/90 BPM , sample soul e batterie più sporche che mai, resta sempre la cosa che più mi fa sognare in assoluto e riesce a trasportarmi ed emozionarmi come nient’altro al mondo. Ed è proprio per questo motivo che, quando ho bisogno di scavarmi dentro, di rivedere, creare o proiettare delle immagini, è l’unica cosa che ascolto. Il rap mi libera come se mi svuotasse ma allo stesso tempo mi fa sentire forte, invincibile, perché il peso delle parole è tutto ciò che conta. Il rap per me rappresenta il vero e proprio mezzo di comunicazione, il più potente in assoluto perché non ha fronzoli, non ha limiti, non insegue una forma, ciò che conta realmente è il contenuto e tutto ciò che dici non può essere mai filtrato. Anche per questo motivo prediligo un rap discorsivo, fatto di immagini e di testimonianze vere e proprie più che di incastri tecnici e giochi di parole, che fanno anch’essi parte del rap - è innegabile - però molto spesso diventano limitanti. Allo stesso tempo mi piace giocare molto anche con le melodie che per me sono fondamentali e fanno anch’esse parte del mio modo di comunicare e intendere la musica. La melodia tuttavia rappresenta per me la bellezza, la delicatezza; il rap invece è la sfrontatezza, la schiettezza, il parlare in faccia senza mezzi termini. Per questo motivo quando devo esprimere determinate cose lo riesco a fare solo rappando.

Vanno inoltre spese due parole anche sulle produzioni, dato che il design musicale costruito insieme ai tuoi produttori di fiducia sembra ormai avere una forma sempre più definita, pur riuscendosi a rinnovare. Come si uniscono i tuoi gusti e quelli di chi cura la parte musicale? Ti senti sempre ben rappresentato dalle sonorità scelte? E come lavori di solito in studio?

Lo “studio time” è indispensabile. Forse è la parte che più amo in assoluto del processo creativo e strutturale di un disco. Come è fondamentale lavorare con persone che mi conoscano a fondo e condividano le mie stesse idee e influenze. La mia musica, i miei testi, sono dipendenti dal tappeto sonoro e dalle produzioni. Parte tutto ed esclusivamente da lì. Se una produzione non mi ispira o non fa parte del mio “mondo” o di quello che mi emotivamente mi tocca faccio veramente fatica a esprimermi. Nel 90% dei casi non riesco a scrivere neanche una parola. Proprio per questo motivo mi piace seguire dalla A alla Z le fasi di una produzione senza tralasciare nulla. Penso che non riuscirò mai a lavorare a un mio disco con materiali ricevuti per e-mail, ad esempio. Andrei proprio nel pallone. Ogni pezzo nasce da un feeling e un’atmosfera che si crea in primis in studio.


CoCo, oltre a essere apprezzato per le sue doti artistiche, viene considerato una vera e propria icona di stile, riconosciuta dall'intero panorama nazionale. La cultura hip-hop è sempre andata a braccetto con l'universo streetwear, e a tal proposito abbiamo avuto il piacere anche di scambiare quattro chiacchiere con il rapper circa il suo rapporto con la moda

CoCo

Per un lungo periodo della tua vita hai vissuto a Londra, una città dinamica e piena di energia, una vera e propria finestra sul mondo. Pensi che questa esperienza abbia influito sul tuo modo di vestire e di concepire la moda? Quali differenze reputi che ci siano tra lo stile italiano e quello inglese? E infine, quale preferisci tra i due?

Io sono sempre stato una persona molto curiosa e attenta su tutto. Sin da piccolo ho avuto una certa sensibilità per quanto riguarda l’estetica e lo stile. Davo una mia interpretazione e personalità a tutti coloro con cui entravo in contatto. Anche agli amici dei miei genitori: associavo la loro estetica al modo di essere, cercavo di capire quali fossero i loro interessi, fantasticavo sulle loro case immaginando come fossero arredate, quale profumo avessero. Cose strane insomma (ride ndr). Mi è sempre piaciuto chi cura i dettagli. In più, vengo da una famiglia molto alternativa. Super hippy mio padre: non l’ho mai visto con un abito canonico addosso Alle elementari stupidamente mi vergognavo un po’ di questa cosa. A volte, ricordo fuori scuola che i genitori dei miei compagni di classe venivano a prenderli in giacca e cravatta, invece mio padre arrivava in barba lunghissima stile Jim Morrison ultimo periodo, jeans e maglia nera slavata dei Doctor Feelgood. Rammento che una volta gli dissi di non venirmi più a prendere se non fosse stato vestito anche lui almeno in giacca e camicia. Tralasciando questo piccolo excursus, sicuramente sì, Londra mi ha certamente dato un nuovo punto di vista e una nuova finestra a disposizione per sfamare la mia curiosità. Quello che mi ha colpito della città inglese è stata sicuramente la libertà di espressione sotto tutti i punti di vista. Là puoi realmente essere chi vuoi ed esprimerti come vuoi. Per loro, quella che per gli italiani è vista come “diversità” è a tutti gli effetti normalità, anzi la percezione è proprio che non esista diversità. Sebbene negli ultimi anni - mi rattrista dirlo - forse anche le new generation in UK si sono un po’ uniformate. Questo tsunami dell’hype ahimè ha investito anche loro, che sono un po’ passati da “’producer” a “consumer”. 
Con la differenza sostanziale però di rimanere un polo multiculturale che quindi subisce tante influenze. Queste fanno sì che nascano tante sub-culture e correnti diverse che in Italia purtroppo non esisteranno mai, perché qui siamo troppo conservatori e chiusi nel nostro piccolissimo mondo fatto di convinzioni che ci renderanno per sempre schiavi e vittime incondizionate di tutto ciò che ci viene propinato dall’estero, rendendolo nell’ 80% dei casi una nostra stilisticamente dubbia rivisitazione. Senza mai andare realmente a fondo interessandoci del perché sia nato un determinato trend, o da dove provenga. Ad oggi credo che ciò che manchi realmente in Italia sia una reale coolness. Vedo tante firme ma davvero poco stile.

Mi ha particolarmente incuriosito una frase di “Acquario”, il tuo precedente album pubblicato nel 2019, tra i versi del brano “Carillon”: “Non ho un armadio, frà, ho un inventario”. Quindi la domanda sorge spontanea. Quali sono i 3 items a cui sei particolarmente affezionato e che tutt’ora utilizzi?

Tendenzialmente mi affeziono poco alle cose. Compro quello che mi piace, lo indosso, ma facilmente dopo un po’ mi stufa. Se parliamo di “inventario” appunto ti posso dire gli items che nel mio armadio sono “continuativi”. 
Senza dubbio: Air Force 1 bianche e 47 Brand Hat. E forse uno dei miei denim preferiti di sempre che è Billionaire Boys Club acquistato nel flagship store a NY nel 2010 che conservo ancora immacolato nonostante continui a metterlo, ma che non ho mai lavato per non fargli perdere il colore. (Profuma eh! È pulitissimo, anche se non si direbbe).

“So Frisc” è stato un brano molto rivoluzionario per i tempi in cui è stato pubblicato, perchè in esso venivano trattati dei temi che in Italia il grande pubblico non era ancora abituato ad ascoltare nella musica. Infatti, nell’ultimo progetto di Luchè “Potere”, la canzone in cui viene cantato l’iconico ritornello “Vesto Gucci, Prada e Fendi” è stata ripresa nel brano intitolato “10 anni fa”. Ma sono veramente questi i marchi di alta moda che preferisci, oppure nel tempo sono cambiati? Ci sono dei brand o delle maison, anche al di fuori dell’Italia, che apprezzi maggiormente rispetto ad altri?

Se parliamo di brand italiani, sicuramente fra i 3 citati ad oggi il mio preferito in assoluto per la coerenza, l’immaginario e la storia è Prada. Forse attualmente è l’unico che compro e osservo con maggiore frequenza e interesse. Comunque sia generalmente non do tanta importanza ai brand o alle maison in sé quando faccio acquisti. Nel senso: mi piace conoscere e informarmi su tutte le nuove collezioni, i nuovi brand/maison/stilisti, ma quando compro mi limito semplicemente a prendere ciò che mi va a genio indipendentemente dal brand. Tra i preferiti sicuro ci sono i seguenti: Raf Simons, Acne Studios, Number Nine, Dries Van Noten, Our Legacy, Jacquemus. 
Vabè, ce ne sono un po’ troppi… poi dipende dalle collezioni. Quest’anno sono rimasto deluso da molti brand che ho sempre apprezzato!

CoCo

Negli ultimi anni molti artisti hanno iniziato a curare maniacalmente la propria immagine, selezionando con molta attenzione i capi da indossare. Ma tu, a differenza di altri, ti sei sempre distinto per originalità e attitudine. Ti andrebbe dunque di dare un consiglio ai lettori di SOLDOUTSERVICE per aiutarli a creare outfit stilosi senza la necessità di omologarsi alla massa?

Il mio unico consiglio è quello di essere curiosi, di guardare aldilà di ciò che sia trendy e basta. Emulare o riempirsi di firme non significa sapersi vestire e sopratutto non significa avere stile. Lo stile è tutt’altra cosa, lo stile è sapere e identificare in primis cosa realmente ci si addice. Capire, in base a chi siamo davvero, cosa possa “matchare” con la nostra personalità. La moda per me non è altro che un’espressione artistica della nostra estetica. Come lo è la musica. Quindi deve rappresentarci davvero se non vogliamo risultare degli “indossatori” e basta. Farsi ispirare dai trend è bello, sono il primo a farlo. Però per quanto mi riguarda va fatto con consapevolezza, perché sono convinto che lo stile sia anche questo. Riuscire a rendere nostro, personale, qualcosa che sia indossato anche da altre 1000 persone.

Ringraziamo Coco per averci concesso questa ricchissima intervista, e cogliamo l'occasione per invitarvi ad ascoltare, qualora non lo aveste ancora fatto, il suo nuovo progetto “Floridiana”, disponibile da novembre in tutti i digital stores. 
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